Universo dei Lepidotteri #36 - La sfinge testa di morto

Il terribile nome di questa splendida falena, sia comune che scientifico (Acherontia atropos), è motivato dal disegno che porta sul torace: esso infatti ricorda un teschio umano riprodotto con impressionante precisione.

Il nome del genere, Acherontia, è stato scelto nel 1809 dal suo descrittore, l'esploratore Laspeyers, a ricordo del fiume Acheronte che bagna gli Inferi mitologici. Il nome della specie, invece, fu scelto da Linneo nel 1758 in memoria della Parca Atropo che fila il filo della vita. Secondo la tradizione mitologica esistono tre sorelle, figlie della Notte (chiamate Moire dai Greci e Parche dai Romani), di nome Atropo, Cloto e Lachesi, che regolano la durata della vita per ogni uomo, dalla nascita alla morte, attraverso un filo che la prima fila, la seconda avvolge e la terza taglia allorché l'esistenza giunge al termine.

Bruco e adulto della sfinge testa di morto e, sulla sinistra, la sfinge del tiglio (Claus, 1891).

Del genere Acherontia fanno parte altre due specie simili: A. lachesis, che vive in Indonesia e Malesia e A. styx (dedicata allo Stige, un'altro fiume degli Inferi), diffusa dal Medio-Oriente fino all'Indocina. La sfinge testa di morto è una grande falena con un'apertura alare di 13 cm e un corpo grosso e lungo ben 7 cm; è una specie migratrice presente nell'Europa meridionale e in tutta l'Africa. Oltre al disegno toracico, formato da squame e peli, possiede altre caratteristiche, come una robusta e cortissima spiritromba  (lunga solo 1 cm, contro i 30 cm di altre sfingi tropicali), che le serve per perforare i coperchi di cera delle cellette del miele negli alveari; tale falena, infatti, è golosa di questo liquido zuccherino e la colorazione del suo corpo, a strisce gialle e nere, ricorda quella delle api. Inoltre, caratteristica unica tra i Lepidotteri, quando è disturbata, emette un forte stridio che spaventa l'aggressore (anche gli uomini che cercano di prenderla con le mani), perché simile ad un sinistro grido.

Raffigurazione artistica della sfinge testa di morto (Acherontia atropos).

La sfinge ha evocato simboli tenebrosi in tutte le culture; nel Medio Evo si riteneva che il suo ingresso in chiesa fosse presagio di gravi disgrazie; nelle campagne francesi si favoleggiava che questa falena, inoffensiva di giorno, la notte potesse mordere mortalmente i bambini. In Bretagna, invece, streghe e stregoni la bruciavano per mescolare le sue ceneri in polveri magiche. Già nell'antichità veniva considerata funesta e dannosa, come viene ricordato da Plinio il Vecchio nella Naturalis Historia (XI, 65 – cfr. la finestra "Testi fondamentali" riguardante Plinio il Vecchio). Anche più di recente famosi poeti italiani ne hanno cantato la nefasta ed inquietante presenza. Eugenio Montale la descrive così (Vecchi versi, in L'opera dei versi, Torino 1980):

Era un insetto dal becco
aguzzo, gli occhi avvolti come d'una
rossastra fotosfera, al dorso il teschio
umano; e attorno dava se una mano
tentava di ghermirlo un acre sibilo che
agghiacciava

Guido Gozzano (Morfologia di varie specie. Della testa di morto, Acherontia atropos, in Tutte le poesie, Milano 1980) la descrive come "la più tetra delle farfalle" e la chiama:

...simbolo della Notte e della Morte,
messaggera del Buio e del Mistero...

E ancora:

farfalla strana, figlia della Notte,
sorella della nottola e del gufo,
opera di non Natura, ma di demoni,
evocata con filtri e segni di cabale
dalle profondità di una caverna!

Le ali anteriori della sfinge testa di morto presentano una colorazione altamente mimetica.

Infine, come non ricordare l'inquietante presenza della sfinge testa di morto nel film Il silenzio degli innocenti, dove l'assassino depone una crisalide della falena nella gola delle vittime come segno del suo volersi trasformare in una persona diversa.


Riferimenti:
  • Panzetti. P., Peruzzo A., Pitton. L., Rosa P., Vercellini G., 2003-2004 - Le farfalle più belle del mondo - Alberto Peruzzo Editore SRL, Milano, 250 pp.

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